martedì 28 aprile 2020

Quando i genovesi erano il "cancro" di Sassari




Dopo aver raccontato la storia del notaio/poeta Salvatore Masala, proseguo il viaggio tra i miei antenati lontani.


Risalendo nei secoli lungo le radici familiari si corre il rischio di fare scoperte sorprendenti. Tra i miei antenati non ho trovato nessun figlio illegittimo di nobile o nessun famoso bandito (e forse è un peccato). Ma, da amante dei Candelieri, ho sussultato quando ho scoperto di discendere da uno degli autori di un clamoroso boicottaggio alla Faradda.

È il 1848 e c'è un Gremio, quello dei Mercanti, che è più forte degli altri nel quadro dell'asfittica economia cittadina. Questa categoria, formata prevalentemente da rampanti negozianti genovesi, rinuncia a partecipare alla sfilata dando uno schiaffo alle altre corporazioni di arti e mestieri. È un colpo così forte che da quel momento fino all’anno del colera (1855) la processione conoscerà un momento di crisi.

L'episodio è raccontato da Enrico Costa e rappresenta l'apice clamoroso di uno scontro tra questo nuovo ceto e la vecchia classe dirigente cittadina. Si tratta di un passaggio ricco di significati nella nostra storia e fra poco capiremo perché. Pochi anni fa l'Archivio storico comunale ha ritrovato il documento originale di questo "gran rifiuto". Tra i firmatari c'è Giobatta Ottonello, che rappresenta il primo immigrato genovese che posso annoverare tra i miei antenati. Per me è importante perché sarà il suocero di Andrea Carlini, primo tassello di una dinastia il cui DNA oggi è presente in tantissime, e anche note, famiglie sassaresi. Giobatta era nato a Masone (vicino a Genova) nel 1794 e di professione faceva il chiodaio, un mestiere molto diffuso da quelle parti. Si sposò due volte: la prima con Maddalena Macciò, da cui ebbe tre figli, la seconda con Angela Maria Patrone da cui nascerà Annetta, moglie di Andrea Carlini. Grazie a un libretto* stampato a Genova nel 1995, ho scoperto che l'antenato più lontano di Giobatta (e quindi anche mio) era un certo Giovanni Pastorino, nato nel 1592 e morto nel 1682, sempre a Masone.

La famiglia Ottonello ha un curriculum interessante: nei secoli ha fornito alla Chiesa 16 preti e 35 suore. Un paio di Ottonello sono passati alla storia per le loro imprese: Antonio che tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento ha combattuto in mezza Europa e Pietro (1837-1900, forse figlio del nostro Giobatta ma non ho trovato la doppia conferma) che meriterà un po’ di medaglie nel Risorgimento fino alla Legion d’Onore. Ma prima di andare oltre nella storia delle famiglie e Ottonello e Carlini, dobbiamo capire come si è arrivati alla disputa del 1848. Perché c'è di mezzo una svolta decisiva nella storia di Sassari.

A questo punto, se non ci fossero le limitazioni da Covid-19, vi proporrei una bella passeggiata per ammirare gli ultimi esempi di archeologia industriale rimasti intorno al diaframma ferroviario che separa la città dalla zona dei vecchi orti: le Concerie Costa in piazza Santa Maria, lo stabilimento Ardisson in via San Paolo e la ciminiera Carlini in viale Sicilia. Relitti dell’invasione che cambiò Sassari per sempre, quella dei mercanti genovesi.

Sassari e il capoluogo della Liguria si erano già incontrati nel Duecento, quando la nostra città dipendeva dalla repubblica marinara. Ma non fu mai vero amore. E quando nella seconda metà del Settecento, con l’ingresso della Sardegna sotto l’ombrello dei Savoia, ci fu l’arrivo in massa di una nuova generazione di intraprendenti commercianti liguri, la reazione fu di evidente ostilità. In poco tempo questi migranti dal nord monopolizzarono i traffici di olio e pellame, alimentando l’esportazione verso i porti continentali e francesi e animando il commercio con forme e dinamiche mai viste fino ad allora.

Leggete cosa scriveva il Siotto


Le popolazioni si lamentavano contro lo sgoverno dei Piemontesi; ma Genova era il cancro dell’isola, divenuta colonia di quelli astuti mercanti. In mano loro era il traffico di Sassari, Cagliari e Porto Torres; e, non ché contentarsene, guerra intimavasi alle nostrali industrie. Questo dico in parte nello intendimento di dar colpa agli isolani, i quali, anziché seguire l’esempio, si rammaricavano standosi colle braccia conserte, nella secolare inerzia, a vedere strarricchire gli strani.

Il giornale “L’indipendenza” lanciò una campagna sottolineando come la Sardegna fosse ricca di risorse naturali che non sapeva sfruttare, mentre i genovesi con le loro misure protezioniste imponevano i prezzi alle merci sarde. Quanto assonanze con certe polemiche contemporanee! 



Enrico Costa ci racconta che nel 1848 i negozianti più noti di Sassari erano una cinquantina, per la maggior parte genovesi. In città i cognomi liguri erano tutti “pesanti”: Ardisson, Bozzo, Brusco, Calvi, Canepa, Canessa, Costa, Murtula, Ottonello, Tavolara, Zolezzi e diversi altri.

Ma - in una città piccola tutto ritorna - se c’è un simbolo della reazione sarda alla nuova classe mercantile ligure fu la stessa costruzione del Palazzo Ducale, voluto dal Duca dell’Asinara come prova di forza della vecchia classe aristocratica locale. Ma era impossibile mostrare muscoli che non erano più quelli di una volta: alla fine del Settecento furono necessari 40 anni per costruire l’edificio, tanto che il Duca non riuscì ad abitarvi e i discendenti lo godettero per poco, distratti dalla bella vita parigina. Così nella seconda metà dell’Ottocento iniziò a ospitare uffici pubblici e poi il Municipio.

Non solo i genovesi non rimasero particolarmente impressionati dal Palazzo ma presero a comprare e ristrutturare altri edifici della vecchia nobiltà sassarese e a costruirne di nuovi nelle Appendici, la “Sassari Due” in costruzione a Sud-Est oltre il vecchio castello, lungo la strada reale. Dalla parte opposta rispetto a dove stavano costruendo le fabbriche che appestavano l’aria nella parte bassa del centro storico: soprattutto nelle giornate di Maestrale tutto quel trattare pelli e sansa tra Le Conce e Tana di Lu Mazzone diffondeva miasmi irrespirabili nella città vecchia.

Dietro il "gran rifiuto" di Giobatta Ottonello e degli altri genovesi ci fu tutto questo. Ma non era che l'antipasto, perché il Colera rappresentò il passaggio decisivo per imprimere a questa storia una direzione precisa. Apparentemente rallentò l'ascesa economica: in quel fatidico 1855 tra i cinquemila deceduti ci furono anche tanti genovesi. Diversi clan furono spazzati via ma il “cancro” ligure non poteva essere sconfitto: era già pronta una nuova generazione di invasori. E nel mezzo del rimescolamento di proprietà, beni e soldi che seguì a quell’ondata di morte prese il via - anche in questo caso insieme alla miracolosa guarigione di Salvatore Masala di cui ho già scritto - la mia storia familiare. È adesso che compare quell’Andrea Carlini che vediamo spuntare nella memoria archivistica cittadina nella primavera del 1856, quando decide di acquistare dal Comune un lotto delle Appendici, proprio a fianco alla casa del suocero Giobatta Ottonello. Tutto lascia pensare che sia arrivato a Sassari dopo l’epidemia ma non abbiamo certezze, anche perché tra i morti ci fu una Caterina Carlini, di 57 anni. Sicuramente arrivò da solo e affrontò una vita da pendolare: i figli nacquero tutti a Masone.

Ma sarà nella prossima puntata (QUI) che seguiremo le poche briciole lasciate da questo nuovo trafficante genovese, e faremo un salto oltremare per capire meglio chi erano e da dove venivano i Carlini e gli Ottonello.



*Radici antiche e Radici Nuove, cognomi delle famiglie di Masone di padre Pietro Pastorino (Parodi Azienda Grafica & Affini, Genova, 1995).

venerdì 24 aprile 2020

Il notaio/poeta che si beffò del Colera e generò solo figli maschi



Due anni fa, compiendo indagini sui miei antenati lontani, ho scoperto quanto il colera del 1855 sia stato uno spartiacque nella parabola delle famiglie da cui provengo. L'epidemia uccise un quarto dei sassaresi e ne infettò un altro quarto. Ma ci sono due storie in particolare che mi hanno appassionato, quella del notaio e poeta Salvatore Masala e quella del mercante genovese Andrea Carlini, entrambi accomunati dall'avere avuto una discendenza incalcolabile. Visto che anche la nostra generazione si trova nel mezzo di un'epidemia (non paragonabile a quel colera) ho deciso di raccontare a puntate la storia di questi personaggi. 

PRIMA PUNTATA

Gli avevano dato l'estrema unzione perché il contagio sembrava non lasciargli scampo. Quando inaspettatamente tornò alla vita, prese il taccuino e col suo solito stile mise nero su bianco cosa pensava del colera che nel 1855 aveva devastato la sua Sassari: un malanno così terribile non poteva che essere nato dal "troddio di uno zappatore". L'inizio della nuova gobbula del notaio-poeta fece ridere i concittadini. Sono passati 165 anni e il sorriso appare anche sulla mia bocca ma per un altro motivo: se fosse morto per il colera, io non sarei mai nato.


L'autore della poesia dialettale è Salvatore Masala, l'antenato più lontano che ho rintracciato con il mio cognome. Tre anni dopo la sua miracolosa guarigione, nel 1858, gli nacque il figlio che ha dato il via la linea di successione che arriva fino a me. Masala fu un protagonista minore ma ricordato della Sassari dell'epoca. Quando morì, il 14 febbraio del 1900 a 77 anni, La Nuova Sardegna gli dedicò questa nota funebre: 

Nel pomeriggio di ieri ebbero luogo i funerali del notaio Salvatore Masala, assai popolare per il suo carattere schietto e amantissimo della famiglia. Per volontà del defunto nessuna corona fu deposta sul feretro. Intervennero molti notari, avvocati e altri professionisti. Nella chiesa di San Paolo, pronunziò affettuose parole di rimpianto il prof. Carmine Soro Delitala. Condoglianze alla famiglia.


E qui è già nascosta un'informazione che ci fa mettere un piede nella leggenda. Il passaggio chiave dell’articolo è "amantissimo della famiglia", ed è legata a un probabile record stabilito da Salvatore Masala: non tanto legato al numero dei figli (14 o 19 a seconda delle fonti) ma soprattutto perché furono tutti maschi. Un generatore di cromosomi Y, un moltiplicatore di Masala. All'epoca il ruolo di notaio non era accompagnato dal prestigio sociale (e dai reddito) di oggi. Lo storico e scrittore Enrico Costa ci racconta che si tratta di una figura non facile da collocare nella scala sociale. Per accedere a questa professione non era necessario essere laureati ma aver fatto pratica presso qualche altro notaio. A leggere la letteratura dell'epoca sembra venire fuori il quadro di un grigio funzionario confinato nel ceto medio. Quello che rese celebre Salvatore Masala furono le sue gobbule, le tradizionali poesie in vernacolo sassarese. Grazie a queste si meritò una citazione nella monumentale opera di Enrico Costa


Molte persone ebbero in Sassari fama come compositori di Gobbule e fra gli altri il notaio Masala, rinomatissimo

Se conosciamo la sua opera è soprattutto grazie ad Angelo Lobina, un suo discendente che riuscì a scovare le trascrizioni che un figlio di Salvatore, Enrico, fece di diverse poesie del padre.

Rinomatissimo, dunque, scrisse Enrico Costa. E quanto state per leggere ne è una prova, visto che si tratta di parole scritte cinquantaquattro anni dopo la sua morte. Trovai questo articolo per caso, sfogliando le annate del Corriere dell’Isola. Lo firma Nicola Pedde che evidentemente aveva conosciuto Salvatore Masala da ragazzo. E che dopo tanti anni sentiva il bisogno di farlo conoscere ai più giovani. Grazie a questo ricordo, tra le altre cose scopriamo che era un uomo integro, religioso e pignolo sul lavoro. Ma che era conosciuto da tutti per un tratto particolare della personalità. Eccolo: 





Era un originalissimo organizzatore di caratteristiche mascherate;

Autentico sassarese, nato e battezzato nella parrocchia più popolare della città, parlava con semplicità e sempre in dialetto e di questo si serviva nei brindisi leggiadri, nelle gobbule satiriche che lo resero simpaticamente noto e ammirato dentro e fuori delle mura della città;

Autore di componimenti satirici in vernacolo i quali, coi fuochi a ripetizione delle arguzie più saporite, col satireggiare spietato e talvolta impertinente temperato però sempre da una cortese signorile bonarietà sarcastica, mettevano in garbata canzonatura il lato comico delle cose anche se meritassero serio e ponderato rispetto e scoprivano e rivelavano il ridicolo, il grottesco della persona anche se per qualche loro benemerenza godessero simpatia e reputazione.


Per rendere meglio l'idea Pedde racconta questo aneddoto:

Ricordo di avere assistito, giovinetto, a una festa di nozze. L’anfitrione, mescendo i vini più esilaranti, aveva cercato di destare un po’ di buon umore; invano, più che un banchetto di nozze appariva un banchetto funebre. Occorreva, bisognava salvare la situazione e il salvatore, conscio della sua missione, non tardò a comparire col cappello un po’ fuori di carreggiata, col solito bastone a manico di corno, stretto, come un termometro, sotto l’ascella, colla sua grande giacca che non era certo da visita, dalla cui tasca penzolava il lembo di un enorme fazzoletto colorato, di quelli che usano i fiutatori di tabacco. Fu come quando uno, premendo un bottoncino, dà luce a una stanza prima avvolta nel buio. Un coro di gioia, una esplosione di evviva proruppe da tutti i cuori diventati, come per magia, ilari ed espansivi. Il miracolo era stato compiuto e come sempre dal volto sempre ilare e dalla vena inesauribilmente poetica del buon salvatore.

Il notaio che "accendeva le feste" dev'essere stato davvero un bel personaggio. Uno dei discendenti ha stilato un albero genealogico di alcune delle famiglie che possono vantarsi di averlo come antenato. Ma sono di più quelle che sfuggono a questa conta. E non parliamo della seconda generazione. Faccio solo un esempio: il figlio da cui discendo (il mio bisnonno Antonino - nella foto in alto con moglie e figli - nato nel 1858 e morto nel 1935) ebbe 8 figli ma in famiglia si racconta che ce ne furono diversi fuori dal matrimonio. A testimonianza che il destino di Salvatore Masala era quello di sopravvivere al colera per innestare un DNA robusto nell'albero di Sassari. 


La prossima storia

Una calda domenica mattina del settembre 2018 io e mia figlia siamo andati al cimitero monumentale di Sassari alla ricerca della tomba di Salvatore Masala. Una sfida impossibile: dopo quasi 120 anni consideravo difficile che non fossero intervenuti eventi come successioni o espropri. Ci siamo divisi le file e dopo aver passato più di un’ora tra croci, lapidi scrostate, statue e fiori appassiti ci siamo arresi perché il sole diventava sempre più accecante. Prima di andare via ho voluto mostrare alla mia sudata assistente la cappella della famiglia Carlini, da cui discendo per parte paterna e materna.

Arrivando al mausoleo, e cercando un po’ d’ombra, mi sono avvicinato a una parete di loculi. Come aveva fatto negli ultimi novanta minuti, l’occhio ha iniziato a scansionare le lapidi, soffermandosi su una di quelle più sobrie, scolorite e illeggibili. Ma nonostante un secolo e più di esposizione agli agenti atmosferici il risultato era inequivocabile: avevo trovato la tomba di Salvatore Masala e della moglie Domenica Agnesa. Lì, a pochi metri dalla Cappella Carlini. Lì per raccontare, già al primo impatto, due storie profondamente diverse. 
La prima l'avete appena letta, la seconda inizierò a raccontarla dalla prossima puntata.